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Dietro le quinte dell’innovazione

by Mirko - 28 maggio 2024

Riflessioni sull’innovazione tecnologica e invito a considerare le molteplici variabili che influenzano le decisioni, siano esse economiche, ambientali, legali o sociali, andando oltre semplificazioni e apparenze.

Mi sono recentemente imbattuto nell’articolo “Why We Can’t Have Nice Software” di Andrew Kelley; una visione molto critica del mondo del software e dell’innovazione tecnologica, ma che a mio avviso risulta troppo superficiale, focalizzata esclusivamente sulla prospettiva del consumatore o dello sviluppatore. Alcune critiche sono certamente valide, ma manca una comprensione più profonda delle molte variabili che influenzano le decisioni aziendali nello sviluppo tecnologico.

Prima di proseguire, è essenziale leggere il suo articolo. Indipendentemente dai punti, che ritengo validi, che solleva, esso offre un buon punto di partenza per una riflessione più ampia, come quella che questo articolo propone.

Ci tengo inoltre a precisare che il mio articolo non vuole essere una critica a quello di Kelley, ma mira ad aggiungere ulteriori variabili per affrontare la discussione da un punto di vista più ampio.

Redistribuzione dei profitti dell’automazione

Il primo punto dell’articolo di Kelley riguarda la distribuzione della ricchezza generata dal software e il controllo esercitato dalle imprese. È vero che, una volta creato, il software può continuare a generare valore con costi marginali minimi, potenzialmente distribuendo una grande quantità di ricchezza, se ci limitiamo al pensiero che il software si esaurisca nel solo sviluppo.

Bisogna però considerare che mantenere operativo e sicuro un software non è un processo gratuito e richiede risorse costanti; è necessario correggere vulnerabilità che emergono, migliorare le prestazioni, integrare nuove tecnologie per ottimizzarne il funzionamento, fornire strutture più robuste e mantenere le infrastrutture coinvolte. Questa manutenzione continua è spesso invisibile all’utente finale, ma è fondamentale per garantire che il software resti utile e sicuro nel tempo.

Il tema della redistribuzione della ricchezza è molto serio e delicato, e merita un’analisi più approfondita, discussa fin dai tempi della Rivoluzione Industriale. Eviterò quindi di affrontarlo qui, poiché sto già scrivendo un testo di oltre 30 pagine dedicato specificamente a questo argomento.

Il DRM è solo una privatizzazione dei contenuti?

Un altro punto riguarda l’uso di tecnologie come il DRM (Digital Rights Management) e le limitazioni imposte agli utenti. Qui è importante considerare le ragioni legali e commerciali dietro queste scelte.

Questi sistemi non nascono per limitare gli utenti, ma per proteggere la proprietà intellettuale. In un contesto legale complesso, le aziende devono rispettare le leggi sul copyright e proteggere i contenuti dalla pirateria, garantendo al contempo che artisti e creatori ricevano un giusto compenso per il loro lavoro. Questi sistemi possono sembrare restrittivi, soprattutto a chi negli anni ha sostenuto una propaganda basata su termini più anarchici che oggettivi. Sebbene sia indubbio che l’utente percepisca un limite, è cruciale garantire che i suoi diritti siano rispettati quando agisce da autore dei contenuti, siano essi attori, cantanti, scrittori o altri creatori. Non possiamo quindi vedere il DRM come una privatizzazione, ma come una forma di tutela.

Bitrot o obsolescenza programmata?

Una delle critiche più dure e superficiali dell’articolo riguarda l’inefficienza del software moderno, citando esempi come gli aggiornamenti di Windows che introducono pubblicità e modifiche all’interfaccia, sostenendo che Microsoft, come altre aziende, sfrutti questi aggiornamenti grafici per giustificare il rilascio di nuove versioni.

Se è comprensibile pensare che questa sia la sola motivazione, è utile ricordare che molte di queste decisioni nascono dall’esigenza di rispondere a un mercato in continuo cambiamento. I cambiamenti di interfaccia possono sembrare inutili, ma sono spesso frutto di studi approfonditi di usabilità e preferenze degli utenti. Così come la programmazione è un mondo ampio e complesso con migliaia di variabili, lo è anche lo studio dell’esperienza utente, che si intreccia con discipline come la psicologia ed è essenziale per soddisfare bisogni in continua evoluzione.

La pratica di introdurre pubblicità è forse il punto meno difendibile. Comprare un prodotto e trovarsi pubblicità sparse al suo interno è frustrante. Tuttavia, anche qui possiamo chiederci: quali fattori esterni possono aver spinto a questa scelta? Un’azienda non è riconducibile solo al team di sviluppo e design; vi sono strutture politiche ed economiche complesse, vincoli contrattuali e collaborazioni con partner che possono portare a decisioni di questo tipo. Non è sostenibile per l’utente, ma una visione più ampia aiuta almeno a comprenderne la complessità, senza necessariamente giustificare.

Il concetto di “bitrot” o di obsolescenza programmata è discusso come un problema del progresso, dove aggiornamenti e nuovo hardware rendono obsoleto il software esistente. Questo fenomeno non è esclusivamente negativo. Aggiornare dipendenze e adottare nuove tecnologie è spesso necessario per migliorare l’efficienza e la sicurezza del software. Molto spesso sembra di trovarsi davanti a una semplice “ricolorazione” del prodotto, ma se analizziamo attentamente, scopriamo che questi aggiornamenti portano nuove tecnologie, miglioramenti tangibili, consolidamento delle infrastrutture e richiedono ricerca e sviluppo che hanno, oggettivamente, un costo.

Il vero problema dietro questa obsolescenza è l’impatto ambientale. Qui si potrebbe semplificare puntando il dito contro le aziende come antagoniste, accusandole di inquinare con nuovi dispositivi. Ma, considerando più variabili, si comprende che non è necessariamente così. Molte aziende riconoscono di non poter cambiare rotta facilmente: non diversificare la produzione significherebbe colpire troppi aspetti, dall’occupazione dei lavoratori alle richieste del mercato, fino agli accordi legali. Non possiamo vedere azienda e consumatore come due entità separate: la consapevolezza ambientale è riconosciuta da entrambi i lati, ed è per questo che molte imprese stanno adottando sistemi produttivi sempre più eco-sostenibili.

Questo apre anche un capitolo sulla percezione dei consumatori. Alcuni accusano le aziende di mantenere gli stessi prezzi pur usando materiali riciclati, ma la realtà è più complessa. La produzione sostenibile richiede investimenti consistenti. Non si tratta solo di cambiare la fonte di una materia prima, ma di adattare intere linee produttive, ridisegnare componenti e rispettare normative che variano da paese a paese, aumentando costi e complessità.

Resistenza agli standard

L’articolo parla anche della resistenza delle aziende agli standard tecnologici. È vero che, in parte, questo serve a mantenere il controllo sul mercato, ma bisogna anche riconoscere i rischi e i costi legati all’adozione di nuovi standard, soprattutto per aziende con milioni di utenti. L’introduzione di un nuovo standard di connettività, ad esempio, può richiedere aggiornamenti hardware costosi, una revisione dei piani a lungo termine e implicazioni che non sono solo pratiche, ma anche politiche.

Blockchain e Machine Learning

Kelley critica anche l’inefficienza percepita di tecnologie emergenti come blockchain e machine learning. È vero che richiedono risorse ingenti, ma offrono anche opportunità di innovazione senza precedenti. La blockchain, ad esempio, può migliorare trasparenza e sicurezza delle transazioni digitali, mentre il machine learning può trasformare interi settori, dalla sanità alla finanza, riducendo il carico di lavoro umano. L’inefficienza iniziale è spesso un costo necessario per esplorare nuove possibilità.

Prima della Rivoluzione Industriale, la filatura era un processo interamente manuale. L’introduzione dei telai meccanici lo ottimizzò, e la loro continua evoluzione portò a riduzioni del lavoro e dell’impatto ambientale. Aziende come OpenAI con il recente modello GPT-4-o dimostrano come l’innovazione porti non solo a progressi tecnologici, ma anche a riduzioni dei consumi, unendo efficienza e sostenibilità.

Criticare l’innovazione senza considerare il contesto porta a una visione limitata e semplicistica. Ogni decisione aziendale è influenzata da una rete complessa di vincoli legali, bisogni di mercato, costi di sviluppo e obiettivi di sostenibilità.

Invito alla riflessione

Il consumismo ci spinge a comprare nuovi prodotti anziché mantenerli, creando una dipendenza dai produttori. È un aspetto innegabile del mercato moderno, ma per comprenderlo davvero bisogna considerare tutte le variabili in gioco.

Prendiamo l’inefficacia attuale di insetticidi e pesticidi: non è detto che sia colpa delle aziende che li “indeboliscono”, ma piuttosto dei cambiamenti climatici che hanno alterato gli ecosistemi, portando insetti e piante a evolversi e sviluppare resistenze. Allo stesso modo, noi esseri umani e le nostre tecnologie evolviamo costantemente.

Quando ci troviamo davanti a conclusioni troppo semplici, dovremmo fermarci a considerare tutte le variabili. Quali sono i bisogni e le motivazioni degli attori coinvolti? Un prodotto non nasce solo dal lavoro di consumatori e sviluppatori, ma da una rete di relazioni e influenze. Perché continuiamo a investire nello studio dello spazio, della biochimica e di tante altre discipline? Perché la scienza risponde al bisogno umano di migliorare continuamente la propria vita. Ogni scoperta e progresso tecnologico nasce dal desiderio di ottimizzare e rendere più efficienti le nostre routine.

Non limitiamoci a vedere le cose solo dalla nostra prospettiva. Se una situazione ci appare troppo semplice, probabilmente ci sfugge qualcosa. Fermiamoci e riflettiamo criticamente. Ci sono motivazioni diverse da quelle che emergono a prima vista?

Un utente potrebbe dire: “Sono un consumatore e non devo farmi tutte queste domande, mi interessa solo avere la migliore esperienza possibile.” Ed è vero, come consumatori vogliamo prodotti che funzionino bene e soddisfino i nostri bisogni. Tuttavia, nel momento in cui il consumatore va oltre l’uso del prodotto e comincia a porsi domande, diventa un consumatore informato. È fondamentale che questo processo avvenga, ma deve essere affrontato analizzando il contesto con la prospettiva più ampia possibile. Evitiamo spiegazioni semplicistiche e riconosciamo la complessità delle dinamiche coinvolte. Solo così possiamo comprendere davvero le scelte che influenzano le tecnologie che usiamo ogni giorno.

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